L’Amore, la Vita, la Morte. La Rinascita. Energia, riflessione, romanticismo e le grandi domande dell’esistenza. È questo l'ampio perimetro narrativo in cui si sviluppano e prendono forma le dodici inedite e belle canzoni di Recidivo, settimo album solista di Mario Venuti. Dodici brani realizzati lungo l’asse Catania-Londra, passando per Milano, dove il cantautore vive ormai da due anni.

Senza però dimenticare la “sua” Sicilia, quella fatta di odori, sapori, colori e rimembranze antiche, sempre presenti nel suo cuore e nelle sue corde compositive e vocali. Un mondo, quello di Catania e dintorni, dal quale Mario è partito e al quale oggi ritorna, dopo 27 anni di carriera, con suoni, fraseggi chitarristici e atmosfere di quella terra, il tutto mixato con il rock americano “made in Sicilia”, quello che sedimentò per poi crescere all’ombra dell’Etna, nei primi Anni Novanta, grazie al mai dimenticato Francesco Virlinzi, patron della Cyclope Records e produttore illuminato che fu tra i primi a intravedere le potenzialità di Venuti e che per primo dette impulso al fenomeno R.E.M. qui in Italia.

L’album è stato battezzato Recidivo. Titolo a effetto, quanto a effetto e spiazzante è la storia che viene raccontata nel singolo omonimo, in cui si parla del rapporto di “un lui con un altro lui”, di “un amore che non è benedetto dalla pubblica morale”. Venuti lo canta senza reticenze, con la durezza di un fiero cowboy alla Jesse James, ma anche con la delicatezza e la poesia di chi “sensi di colpa non ne ha”. E un amore non banale, non scontato, è anche quello de La vita come viene, che vede Carmen Consoli affiancare Venuti e interpretare, nel cuore del brano, la parte di una prostituta (“...madonna di quartiere, gambe aperte, cuore puro e un pegno sul futuro...”), che invoca Gesù e pretende un confronto, una spiegazione. Oltre a Carmen Consoli, altre due importanti collaborazioni arricchiscono il progetto-Venuti: c’è quella con Franco Battiato (Spleen#132) e quella con Cesare Cremonini (Un cuore giovane). Tutte le tre performance, comunque, non sono improntate al facile opportunismo legato ai nomi e alla popolarità degli ospiti, invitati soltanto per affinità artistica e umana.

La virtù dei limoni, è dedicato alla memoria del padre di Mario, “l’ingegnere”. Qui si intravede, tra ricordi, profumi lontani e nostalgie mai sopite, una passata, normale, sana conflittualità tra padre e figlio, oggi fortunatamente superata (non è per niente detto che la morte di un genitore faccia sempre dimenticare gli screzi, le incomprensioni, le assenze... il dolore...). E poi c’è Galatea, un piccolo-grande gioiello in musica, quasi un madrigale, che prende spunto dalla mitologia greca. Galatea, una delle Nereidi, le 50 ninfe del mare solitamente collocate negli abissi. La leggenda vuole che Galatea fosse innamorata di Aci, un giovane bellissimo, e che il ciclope Polifemo, invidioso e a sua volta innamorato della ninfa, un giorno avesse cercato di attirarla con il suono del suo flauto. Non essendo riuscito nell'intento, sorpresa la coppia di amanti, Polifemo, infuriato, scagliò un enorme masso che raggiunse Aci, uccidendolo. Come raccontato ne Le Metamorfosi di Ovidio, Galatea, per tenere in vita il suo amore, trasformò il sangue di Aci in una sorgente e lui stesso divenne un dio fluviale. Da qui, il nome di svariate località siciliane (Acireale, Acitrezza Acicastello...). Attenzione, però: il brano in questione rilegge la vicenda dalla parte del “ciclope innamorato”, non necessariamente “mostro”. L’album si chiude con Il Milione, viaggio fantastico e anche spirituale verso Oriente, là dove “gli uomini profumano di vento... si salutano toccandosi la fronte... le donne non fuggono lo sguardo anche se il corpo è da nascondere...”. Un viaggio forse virtuale, di certo liberatorio. Un viaggio verso la Rinascita, verso la comprensione de “...la misura dell’immensità dello spazio e del tempo”.